Teoria vorrebbe che, raggiunta l’età adulta, dopo un lungo periodo di prova nel coordinamento occhio-mano ed occhio-piede, una persona, mentre cammina, mantenga lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, poiché il cervello dovrebbe ricordarsi degli eventuali ostacoli intravisti, nel momento in cui il piede dovrebbe scavalcarli/evitarli, a distanza di un breve lasso di tempo.
Questo nella teoria.
Nella pratica accade che, se non mantengo lo sguardo rivolto alla punta dei miei piedi, io tenda ad inciampare, con conseguenze rovinose, in ogni maletedettissimo intralcio del battuto pavimentale, che sia una buca, uno gnomo da giardino, una radice sporgente, un tremors, un lillipuziano, un basolo sconnesso, un sanpietrino fuori posto, una staccionata, un drago sputafuoco, un unicorno che vomita arcobaleni, una buca dell’asfalto, Perseo che abbatte Medusa. Ecco, se una qualsiasi di queste cose dovesse intralciare il mio cammino, nel caso in cui io tenga fieramente il capo alzato a scorgere l’orizzonte, mi ci scontrerò, perdendo indegnamente contro la forza di gravità che mi trascina in basso.
Per questo – non solo perché sono già sufficientemente alta – porto di rado i tacchi.

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