Come rifare The Day After Tomorrow con 50 euro di budget totale (catering compreso).
Capanno nella neve, bosco, Alaska.
Il classico triplete di “scienziati che finiscono malissimo ma ancora non lo sanno” chiacchiera del più e del meno. Uno di loro, quello che ovviamente è al suo ultimo giorno prima di partire per le vacanze, viene mandato a controllare i sensori e, proprio mentre è fuori, questi impazziscono. La gloriosa bandiera americana garrisce al vento, un forte nuvoloso si avvicina a velocità folle e la bandiera congela sul posto. Lo sventurato tenta di rientrare mentre gli altri lo incitano ma, ovviamente, cade e congela in una meravigliosa posa plastica condita di pessima computer grafica.
Promette B E N I S S I M O.
Una famiglia felice, composta da padre veterinario, madre dottoressa e figlio adolescente idiota (spesso nei film i due termini sembrano essere sinonimi), parte dalla Florida verso la casa delle vacanze. Di solito il figlio non va con loro, ma sono costretti a portarselo dietro perché il genio si è fatto espellere dal liceo.
Sarà una fantastica vacanza.
In Alaska.
I tre arrivano al B&B dove alla figlia adolescente dei proprietari viene immediatamente affidato il babysitting del cretino annoiato, i genitori hanno altro da fare. Il padre deve andare a controllare le migrazioni dei cardellini della Carolina, la mamma va a fare la volontaria all’ospedale locale pur di levarsi di torno quella palla al piede di prole che si ritrova.
La giornata passa lenta e, purtroppo, senza omicidi sanguinosi. Il programma avrebbe previsto la cena di famiglia, ma il padre ha trovato un uccellino artico morto di freddo e non può proprio rimandare le indagini al mattino successivo.
Preoccupato dalla morte per assideramento del volatile artico, l’aspirante suicida inizia a vagar per boschi ma, non dimentico della famiglia che lo attende, estrae il satellitare.
Ora io non so come funzionino davvero i telefoni satellitari, ma Hollywood mi ha insegnato che in generale non funzionano mai, se non per segnalare la loro presenza nello stomaco di un altrimenti silenziosissimo Spinosauro.
Quindi dicevo, il satellitare non funziona, come al solito. Cammina cammina il nostro eroe trova un altra capanna e tolte le ciaspole, senza alcun rispetto per la proprietà privata, si infila dentro per telefonare a casa.
Il proprietario della baracca spunta come un ninja con un’ascia in mano e con sguardo torvo permette a Roger, questo il nome dell’intrepido cacciatore di uccelli, di chiamare la famiglia. Purtroppo la moglie è occupata, il che ci da il modo di conoscere la misteriosa identità dell’eremita: il dottor Tim Huges, preoccupato per il riscaldamento globale e per gli stravolgimenti climatici terrestri, ritiratosi nel niente a causa della sfiducia che prova nei confronti della comunità scientifica.
I due chiacchierano del global warming e saltando di palo in frasca a causa dell’uccello congelato decidono che il giorno seguente andranno al capanno dell’università, dove “studiano qualsiasi cosa gli dia dei fondi” per capirne di più su questi uccellini morti.
L’indomani, caricata la motoslitta, Roger e Tim, che da bravo attivista commenta un “non me ne frega un cazzo di quell’uccello”, si dirigono al centro ricerche. Si intrufolano senza bussare ma l’orrore li sommerge: il generatore è rotto, nessuno risponde, c’è un sacco di neve del cazzo e sono pure tutti morti. Assiderati.
Scopriamo anche che il come non è rilevante, importa solo evitare che accada di nuovo.
Non mi è chiaro secondo quale ragionamento sia facile impedire l’avvenimento se non si sa quale sia l’avvenimento ma tant’è.
*Immagini di un ciclone a caso.*
Mentre Roger vaga nei dintorni del capanno, mantenendosi in contatto con Tim tramite un walkie-talkie, il fronte nuvoloso ritorna al capanno. Certo che sto centro ricerche gli sta proprio sul cazzo a questa tempesta di gelo estremamente localizzata.
Roger corre dentro e con orrore i due vedono le porte del centro ricerche congelare, mentre il gelo inizia a risalire per pavimenti e pareti.
Solo una cosa potrà salvarli: la possente stufa a legna.
Ebbene sì, si salvano dal gelo gelante usando una stufa di ghisa con due ciocchi di legno e due fiammette, che è comunque meglio di quanto succede più avanti.
I due bambinetti lasciati a loro stessi si rendono conto del pericolo che corrono stando all’esterno, per merito di lei, non certo di lui, e tentano di tornare al riparo. Mentre Claire torna a casa, Miami si rifugia in ospedale.
I nostri sfortunati eroi rimangono bloccati al centro ricerche, dove Tim ci spiega che secondo i dati dei sensori c’è un evento ciclonico in atto, senza precedenti. Fondamentalmente un turbine di ghiaccio e gelo a raffiche (per questo non se ne sono accorti).
Ma Tim è molto più figo di così: da due sventagliate riesce a ricostruire uno schema, l’altezza della tempesta, ogni quanto arriva e quanti sono i minuti di salvezza tra una raffica e l’altra.
Un genio.
Roger non è altrettanto geniale, convinto che ci sia un modo per lottare contro il ciclone.
Ed io ho seriamente sperato di vederlo involarsi dentro la tempesta brandendo una sega elettrica.
L’unico modo che hanno, però è avvisare tutti: Tim si sacrifica per riempire un palloncino di Elio e usarlo come magica antenna con cui mandare un segnale al mondo.
*Immagini di città a caso che collassano sotto il gelo, Torre di Pisa che crolla, cose così*
Roger si incammina verso Pemberton per salvare moglie e prole, ma il viaggio è insidioso: quando la sveglia dell’orologio lo avvisa smonta dalla motoslitta. Toglie frettolosamente la batteria, scava un anfratto in un cumulo di neve, ci si chiude dentro e si accende una candela.
E no, non accende un cero alla Madonna pregando di non morire, non è nemmeno un candela con lo stoppino al fosforo e la temperatura di mille Soli. E’ solo una normalissima candela.
Che è un po’ come tentare di smontare un marciapiede di cemento a sputi.
Ma la candela è poderosa e ha davvero la temperatura del Sole, visto che Roger la scampa, riaappiccica la batteria e riparte alla volta di Pemberton.
Nel frattempo però il Mondo si è accorto che infuria un tempo di merda in tutto l’emisfero artico, quindi il sacrificio di Tim è totalmente inutile. E anche a Pemberton si sono accorti che pure gli orsi polari hanno iniziato a migrare verso sud quindi, tutti quelli con un quoziente intellettivo maggiore a quello di un procione, hanno deciso di chiudersi in casa.
Per un totale di quattro persone su un paesino intero. Per altro la meraviglia nel vedere che sono tutti all’ospedale e tutti hanno improvvisamente qualcosa di importantissimo da fare, per cui dovranno uscire in macchina intasando la strada principale.
Come se non bastasse, Miami è troppo preoccupato per la sua nuova fidanzatina quindi lascia una lettera alla mamma e si avventura verso il B&B, pronto ad abbracciare la fanciulla per fare sconcerie sotto il plaid di lana.
Roger riesce a raggiungere Pemberton, ma è costretto a cercare rifugio molto prima di arrivare all’ospedale. Il posto più vicino che trova è il minimarket. Sempre più incurante della proprietà privata si infila dentro dal retro, ma la proprietaria lo sorprende: sperava che in quel capannone di lamiera facesse più caldo che a casa sua.
Senza dubbio.
Presi dal panico, consci della sventagliata di gelo, i due decidono di sfruttare un’idea geniale per tentare di salvarsi.
C’è un solo posto da cui il freddo non può uscire. E se non può uscire non può nemmeno entrare.
Il frigorifero.
Il ragionamento non fa una piega. In fondo Indiana Jones è scampato a un’atomica chiudendosi in un frigo.
EH.
La situazione nell’ospedale è critica: non si sa dove sia Roger, non si sa dove sia Miami e il generatore sta tirando gli ultimi.
Passata l’ennesima scodata di gelo i due escono dal frigorifero ed il piano è chiaro nelle loro menti: bisogna arrivare all’ospedale, riprendere la famiglia e spostarsi poi all’areoporto, prendere l’elicottero che ovviamente Roger sa pilotare, e prendere il volo per il sud, svernare alle Bahamas e chi s’è visto s’è visto.
I due si dirigono all’ospedale, la famiglia si riunisce, quasi. Miami è ancora disperso. Il piano, dicevamo, è andare all’eliporto, ma il tempo di percorrenza gli farebbe prendere almeno due o tre raffiche di gelo: l’unico modo è andare col camion frigo. Uno di quei camion che sembrano i furgoncini dei gelati anni ’70. Nel frattempo la mamma recupera Miami e Claire che, inspiegabilmente, dormono sul pavimento.
Così tutto il cast riunito sale sul camioncino e parte, lasciandosi dietro l’infermiera che si chiude in ospedale all’urlo di “Non posso abbandonarli!” e la risposta sensata sarebbe stata “MA CHI CHE SONO TUTTI MORTI?!”, e invece no, la replica è “Lasciala, non puoi costringerla.”
Ma il viaggio, che ormai con la certezza del frigo sembra una cosa semplice, viene immediatamente interrotto: tutti gli abitanti di Pemberton, come dicevo prima, sono morti in macchina sulla strada per Dio-sa-dove. L’unica strada alternativa passa per un ponte pericolante.
Morti per morti, regista e sceneggiatore decidono di farci vivere anche il brivido del camioncino che passa su questo ponte mentre la tempesta infuria e loro non possono fermarsi perché finirebbero la benzina.
Ma come mentre infuria la tempesta? Il frigo è solo dietro!
Infatti guida Fiona, la proprietaria del furgone, pesantemente armata di plaid di lana e candele. Ha talmente tanti ceri accesi che sembra la Madonna di San Luca ma lei non è Roger il Miracolato: le candele si spengono da sole per nessunissimo motivo al mondo e lei assidera lentamente, ma non prima di averli eroicamente condotti in salvo all’eliporto.
Ma la sequela di stronzate non è ancora finita, e per un film di un’ora e mezza sono davvero, davvero tante.
Hanno solo sette minuti per trovare le chiavi, partire con l’elicottero e innalzarsi oltre il margine del ciclone.
Agitati e mescolati i nostri eroi trascinano l’elicottero fuori dall’hangar e riescono a partire.
Mentre la pessima computer grafica li insegue, e l’operatore dal compito infausto li scossa forte per imitare il movimento dell’elicottero, i nostri eroi decollano e riescono ad innalzarsi sopra le nuvole, diretti verso il sud come i nordisti nella guerra di secessione.
*sorvolo del Golden Gate Bridge congelato, San Francisco, California*
E vissero tutti felici e contenti grazie all’elicottero a reattore nucleare – anche perché col cazzo che si fa Alaska-California con un pieno senza fermarsi mai.

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